ESTATE = TANTI COLORI!!!

Flashbook2015

Flashbook2015

Per augurare una COLORATISSIMA ESTATE a quanti più bambini possibile, vi invito tutti a partecipare al Flashbook 2015, il flashmob dedicato alla letteratura per l’infanzia!

CitFlashbook2015In ogni parte d’Italia, dal 1° al 31 luglio, lettori volontari metteranno tempo, libri e soprattutto VOCE a disposizione di tutti i bambini che vorranno fermarsi, sotto un azzurro cielo estivo, ad ascoltare delle belle storie.

Quindi vi aspetto venerdì 17 luglio dalle ore 18:00 alla Fontana Oscura di Villa Borghese (tra Viale del Museo Borghese e Viale dei Pupazzi).

MappaBorgheseFlashbook2015

 

In quella suggestiva, fresca e magica cornice, ci abbandoneremo al piacere della lettura ad alta voce di alcuni dei miei preferiti COLORATISSIMI LIBRI!

Ci immergeremo nei colori con:

Cappuccetto Verde, di B. Munari

Cappuccetto Giallo, di B. Munari

Cappuccetto Bianco, di B. Munari

Di che colore è il tuo mondo?, di B. Gill

La città dei lupi blu, di M. Viale

Guizzino, di L. Lionni

Piccolo blu e piccolo giallo, di L. Lionni

Un libro, di H. Tullet

E in attesa di sederci a bordo fontana, una mia colorata filastrocca dedicata all’evento:

Ascolta una storia e inventane cento!
Mettile poi ad asciugare al vento,
lascia la pioggia bagnar le parole
e stendile bene come panni al sole.
Colorale tutte di rosso o di giallo,
lasciale a casa o portale al ballo.
Portale al parco oppure al mare:
hai un mondo intero da esplorare
con tutte le storie, così colorate,
fresche letture di calda estate.
Cerca il viola, l’arancio o il verde,
se trovi il bianco, il nero si perde;
lascia il grigio e prendi un po’ il blu:
e per la tua storia il colore sceglilo tu.

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L’importanza della condivisione al parco.

Rimango assai colpita dalla facile e spicciola presunta psicopedagogia che latita nei social network, rischiando a volte di minare le basi della civile convivenza se letta e mal interpretata da un’utenza distratta e poco critica. Ecco una slide in cui mi sono imbattuta stamattina su Facebook.

Contro la Condivisione?

Messa così com’è raccontata nella slide, sembra davvero una pretesa ma l’intento educativo della condivisione al parco, per quanto possa apparire coercitivo per la spontanea attitudine del bambino a possedere le cose in modo esclusivo, non è paragonabile agli esempi di borsa e auto degli adulti, per il semplice motivo che si rivolge a creature in formazione, che stanno sviluppando il corretto significato ed uso dei concetti di possesso e condivisione mentre ci si augura che il processo di distacco dai beni materiali per ragioni superiori o spirituali (recare piacere, aiutare, rinunciare, aspettare, ecc.) sia ormai consolidato in un adulto (anche di quello con borsa firmata o auto da grossa cilindrata) ed in quanto educatore, pedagogo o formatore non ho ragioni per avanzare la stessa pretesa sociale.

Il contesto culturale di un parco giochi è invece una palestra sociale importante e basilare per l’interiorizzazione dei processi di condivisione e collaborazione. E qui farei il secondo appunto alla slide: non c’entra nulla l’altruismo, che è altra condotta prosociale, come differente è la consolazione, il sostegno e l’aiuto, unidirezionale o reciproco. Distinguere tra le varie forme in cui l’essere umano è in grado di esercitare la propria (spontanea?) propensione alla positività sociale dovrebbe esser d’obbligo tra chi si impegna a comprendere questi fenomeni. Altrimenti ho la sensazione che si tendano a creare messaggi comunicativi rumorosi ma vuoti.

Chiedere al proprio bambino di condividere un proprio oggetto al parco, ancor fosse il preferito, significa creargli o crearle quella fondamentale dimensione spazio-temporale in cui può sperimentare l’utile sospensione del proprio quotidiano e costante vissuto relazionale con il proprio mondo fisico: il contesto è protetto, perché ci sono io, genitore, nonno, tata o quant’altro, garante che, alla fine dello scambio sociale, l’ordine sarà ricomposto e tu rientrerai in possesso del tuo. Chiedere di condividere equivale anche ad affermare “Fidati di me! Lascia andare quel bene fisico perché il bene non fisico in ballo ne vale la pena”. E il bene “non fisico” in questione è la possibilità di vedere la sorpresa, la soddisfazione, a volte la gratitudine nello sguardo dell’altro bambino. Altro da me, bambino, ma come me, bambino. Quella sorpresa, quella soddisfazione, quella gratitudine potrebbero essere le mie. L’utile proiezione che ne può derivare non dovrebbe avere bisogno di spiegazione.

Altro bene “non fisico” è l’acquisizione della struttura socialmente condivisa che delimita il possesso degli oggetti. Se capisco che posso prestare una cosa mia per poi rivenirne in possesso comprendo altre due cose fondamentali allo stare (bene) insieme: che anch’io posso avere qualcosa in prestito, qualora mi sorgesse il desiderio (il che equivale anche a legittimare e non colpevolizzare la naturale curiosità dei bambini sugli oggetti altrui) e che, qualora le azioni non si svolgessero nella sequenza esperita (richiesta-prestito-restituzione), qualcuno sarebbe vittima di un atto sociale negativo, comunemente definito “furto”. Anche tra bambini.

Se con la slide s’intende non supportare la condivisione dei propri beni al parco, in nome di una presunta maggiore attenzione e cura dell’interiorità infantile, allora il passo successivo purtroppo potrebbe essere quello di non contenere le condotte di “appropriazione indebita” proprie dei bambini: non basta pensare di poter “insegnare il rispetto per le cose altrui quando avranno l’età per comprenderlo” se non si ragiona su quale sia quest’età e quali i mezzi per insegnare tale rispetto. L’età del condividere è la stessa del rubare. Non posso impedire una cosa se non promuovo l’altra. Se non invito a condividere, spiegando perché, come potrò far desistere un bambino dal prendere il gioco preferito di un altro? Sulla base di quale precedente interiorizzazione di scambi sociali dovrebbe fondarsi l’accondiscendenza del bambino? La proibizione (non si fa) può forse portare obbedienza (non lo faccio) ma non necessariamente comprensione (è sbagliato perché…).

“Non educhiamo i nostri figli a dire sì quando vorrebbero dire no…”. Quanto questa frase seduce un adulto, volenteroso genitore, che pretende da se stesso di garantire al proprio figlio rispetto senza (apparente) sofferenza? Ciò che però la frase nasconde è la negazione della necessità del compromesso e della negoziazione sociale: non si tratta di forzare un sistema (sì versus no) ma di indicargli un esercizio (per ora versus mai) per percorrere una strada che porti a raggiungere ottimali obiettivi sociali (stare bene con gli altri). Inoltre la frase dimentica che il “no” è, con le parole di Spitz, un naturale “organizzatore” psichico per il bambino, che non andrebbe strumentalizzato ma analizzato e rispettato: nell’opposizione del no il bambino sperimenta il distacco e l’autonomia ma è nel superamento di tale contrarietà che poi interiorizza il ricongiungimento e la ricomposizione sociale. Perché autonomia non significa indipendenza, anzi:

“l’autonomia non consiste nella conquista di una indipendenza sempre maggiore ma, al contrario, nell’accettazione di quanto sia insignificante la nostra vita senza quei significativi altri

diceva Bordi, dove i “significativi altri” sono coloro per i quali la nostra esistenza ha un significato e che rendono significativa la nostra esperienza di vita.

Allora educhiamo i nostri figli non già all’arroccarsi sul proprio no ma allo scoprire l’universo degli altri. Perché i “significativi altri” sono fuori da noi. Anche in un parco giochi.

VANTO? NO, GIOIA.

Tanto inchiostro, tanto fiato e tanti byte sono stai consumati in questi giorni su una semplice frase. Avevo pensato bene di estraniarmi da questa discussione, sui social od altrove, trovandola per tante ragioni irritante. Ma alla fine ho ceduto alla valanga di parole che rotolavano nella mia testa.

Comincio con alcune sensazioni:

1) A mio avviso Cannatà qui sembra avere più interesse a discutere del pensiero di Scalfari (qui) piuttosto che di quello di Papa Bergoglio, con un’animosità tra le righe che non trova infine un’adeguata collocazione, non riuscendo pienamente a dimostrare le contraddizioni del vecchio direttore di giornale (per me giornalisticamente conclusesi con la citazione della cacciata dal tempio) ma impuntandosi su alcuni passaggi che foraggerebbero la censura, quando a mio avviso hanno più l’intento di rammentare una Volontà di Difesa piuttosto che una Volontà d’Offesa.

2) Quel che manca a Scalfari, sempre a mio avviso, è invece un po’ di riflessione sulla “punteggiatura” da assegnare a questo pseudoscambio comunicativo tra offesa e difesa, provocatore e provocato: il terzo assioma della Pragmatica della Comunicazione ci dice bene come non sia così semplice stabilire chi inizia cosa. Watzlawick cita il topino da laboratorio che direbbe “Ho addestrato bene il mio sperimentatore. Ogni volta che io premo la leva lui mi dà da mangiare”. L’Occidente, che ha scelto per suo vessillo la libertà, dovrebbe fare un po’ più di attenzione a riflettere sulla propria “punteggiatura”, perché alla fin fine è da essa che dipendono le interazioni e i ruoli che in essi vengono giocati. Crediamo d’esser liberi nei nostri ruoli sociali ma è solo la punteggiatura che imponiamo noi ai nostri scambi che ci fa credere d’essere tali.

3) Quasi non spenderei parole sulla Lanfranco, che qui si pone in una visione così femministicamente ristretta da non meritare digitazioni: si scaglia contro “la visione delle donne come esseri da difendere”, “patriarcato globale”, ecc. Mi spiace tanto per la giornalista, forse dovrei e potrei (ma non voglio) lanciarmi in azzardate interpretazioni su chissà quale passato transgenerazionale si porti dietro ad ogni parola, ma trovo veramente ridicolo cercare di contrastare quello che lo stesso Gramellini, seppur critico qui col Papa, traduce per l’uso del termine con il “paradigma degli affetti più cari”: la mamma. Che sia quella che ti inviterebbe a pranzo ogni domenica, quella che hai perso da tempo o quella che non hai mai conosciuto. La mamma è la mamma. E non perché è donna. Mi spiace femministe. Il sesso non c’entra. C’è entrato, una volta, almeno quella volta, perché grazie ad esso ciascuno di noi esiste. E grazie ad un essere che ci ha portato in grembo e partorito. O non l’ha fatto ma lo stesso per tutta la vita si è preso cura di noi. Si chiama mamma. E non toglie nulla al papà. No no. Quello è tutto un altro, complementare, indispensabile universo di affetti. Ma la Chiesa Cattolica è la Sposa di Cristo e la Madre di tutti i credenti. Se questi piccoli dettagli, utili alla comprensione delle parole del Pontefice, sfuggono alla giornalista (o non vuole vederli), le chiederei cortesemente di risparmiarsi lo scrivere ed il parlare (com’è che ultimamente non si usa più citare – e magari applicare – Wittgenstein con il suo “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”?). Così forse io avrei potuto risparmiare il mio.

4) Entriamo nel merito e veniamo al Papa ed al suo pugno. In quanto cattolica praticante le parole del Santo Padre mi hanno inizialmente turbato, per l’intricata lettura che mi si chiedeva di fare. Quando si usa un linguaggio quasi volutamente semplicizzato (e dico quasi perché nel caso di Bergoglio, come molti hanno fatto notare, potrebbe anche esserci stata una componente linguistica che ha portato ad un accesso lessicale limitato, per cui, ad esempio, all’uso impersonale ha preferito quello in prima persona), il rischio è sempre quello di non essere interpretati per quello che si vuole realmente dire, per quello che si pensa. Le tante parabole del catechismo dovrebbero averci “abituati” a questi meccanismi di lettura ma anche per noi cattolici non è sempre facile capire il non detto. Quindi la mia prima reazione è stata di parziale spaesamento.

5) Lo spaesamento è stato “parziale” perché in qualche modo rimasto in attesa, poi soddisfatta, dall’ulteriore chiarimento del Papa, riassumibile per me nelle due semplici parole che iniziano per P che ha poi utilizzato: Prudenza e Provocazione. Ascoltata questa sua specifica per me è stato come un sospiro di sollievo: “Ah, ok, avevo capito bene!”. Il punto è che se si offende non si può rimanere sorpresi dalla reazione e questo lo sapevo già!

6) Qui un mio contatto di Facebook, Donatella Caione, nel suo articolo fa l’esempio di come raccomandi ai suoi figli di non rispondere con un pugno nel caso uno lo/la provochi. Io raccomando alle mie figlie di non provocare e non basta dire semplicemente che “non è giusto farlo”: il giusto e sbagliato i bambini hanno bisogno di costruirselo con gli agganci nella realtà della vita sociale, collettiva, comunitaria. Io raccomando a mia figlia di non provocare perché così ferisce l’altro e lo far star male ed anche perché non può poi non aspettarsi delle conseguenze dalle proprie azioni, conseguenze che includono anche ripercussioni su di sè, fisiche o relazionali che siano. Proprio ieri ho detto alla piccolina “Non puoi aspettarti di fare arrabbiare tua sorella e poi tornare a giocare con lei subito dopo. Se la provochi poi non puoi lamentarti che non ti voglia” (e, a conti fatti, sempre questione di “punteggiatura” è). La questione educativa non è così semplice, proprio perché l’essere umano è un animale innatamente sociale, ovvero vuole stare con gli altri, ma non innatamente socializzato, ovvero non sa come si sta con gli altri. In molti paradigmi d’intervento psicologico, per lo più guidati dalle intuizioni di Dodge sull’aggressività e l’elaborazione delle informazioni sociali, si aiuta ad esempio il ragazzo con difficoltà comportamentali ad imparare a leggere le conseguenze delle proprie azioni, in termini di effetti sugli stati esterni ed interni degli altri. Non è che basta dirgli “non devi provocare perché è sbagliato farlo”; gli si fa capire che non deve provocare per una serie di ragioni: potresti riceverle in risposta, potresti essere isolato, potresti essere punito, potrebbe capitare anche a te, se tutti facessero così non si potrebbe più stare assieme, ferisci i sentimenti dell’altro, ecc. E non è sufficiente solo quest’ultima frase. Le altre sono altrettanto degne di attenzione. Non basta solo dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, che del Grillo Parlante nella testa molti individui non sanno che farsene. Il punto è spiegare perché una determinata cosa è meglio non farla, in tutti i suoi aspetti. E poi comunque il bambino si troverà nella dolorosa condizione descritta egregiamente da Mafalda di Quino: “Che poi gli adulti ti insegnano cos’è giusto e cos’è sbagliato. E poi ti lasciano lì a digerire il bene che c’è nel male ed il male che c’è nel bene”.

7) La questione invece del “pugno”, offesa (o difesa… ahia, ‘sta punteggiatura!) fisica contrapposta a quella verbale dell’insulto è per me roba già sentita. Ai tempi della mia ricerca di Dottorato sulla regolazione delle emozioni e le strategie di risposta agli atti aggressivi in età prescolare, ho eluso il problema con un espediente teorico, ovvero il ricorso alla cosiddetta Overt Aggression. Ci sono tante forme di aggressività, tanti modi per fare male all’altro. Di primo acchito, comprendo chi sostenga che l’aggressione fisica meriterebbe un gradino più alto in una fantomatica gerarchia dell’aggressività: se mia figlia dà una botta in risposta ad un “Cattiva!” io d’istinto le faccio notare che l’altro/a non ha alzato le mani mentre lei gli/le ha fatto male. Poi però mi fermo, ricordo e specifico: lo so che anche tu hai sentito male dentro con quel “cattiva” ma non dovevi per questo fare anche tu male. E già, perché il dato materiale, con l’interpretazione del mondo che comporta, ha comunque sempre la meglio su quello immateriale del personale, interno, intimo, psicologico. Eppure uno crederebbe che tanti anni di storia umana ci dovrebbero aver insegnato che anche il male dentro, quello non fatto di dolore fisico, sia importante e grave come l’altro. Non lo so quindi se l’insulto è meno grave del pugno e credo sia difficile determinarlo. Per questa ragione nella mia tesi di Dottorato ho argomentato la classificazione delle aggressività in un più semplice concetto di aggressività diretta (contrapposta all’indiretta, alla relazionale e alla strumentale): se dai una botta così come se fai un insulto il tuo scopo è apertamente quello di recare un danno, fisico o morale, all’altro. E questo mi basta. L’hai fatto apposta. Non campiamo scuse. Se un bambino si prende il giocattolo di un altro probabilmente è mosso dal desiderio di possedere quel determinato oggetto e le sue azioni sono tese a quello scopo, ovvero il suo atto molesto è strumentale al raggiungimento di un secondo fine, il possesso (per questo si parla di aggressività strumentale). Se scarabocchia il foglio del compagno lo fa per dare fastidio, fare un dispetto, forse avere la sua attenzione ma non per fare chiaramente male all’altro (per questo si parla di aggressività indiretta). E ancora se escludi dal gioco, volti le spalle, dici ai compagni di giocare con te piuttosto che con quell’altro, forse non vuoi entrare in relazione con lui o forse vuoi le attenzioni solo su di te ma lo scopo non è incentrato sull’altro ma su te stesso (e si parla di relazionale). Solo in due casi se agisci male hai chiaro in mente l’altro e il suo potenziale dolore ed è quello lo scopo che ti muove: nell’aggressione fisica e in quella verbale. Per questo non mi suona strano sentire di potermi aspettare un cazzotto se insulto qualcuno. Il mio intento è palese.

8) E concludo con una riflessione su questa mia ultima frase, perché so benissimo di “potermi aspettare un cazzotto se insulto qualcuno”. Perché io, da cattolica, interpreto così le parole del mio Pontefice: sii prudente, non provocare. Non sento mi abbia detto “se ti provocano, reagisci”, che contraddirebbe il porgere la famosa altra guancia. Semplicemente mi ha ricordato una delle virtù cardinali studiate al catechismo: la Prudenza. Non c’è intento di censura, non è vigliaccheria: è la virtù del rispetto del vero bene. Non è una raccomandazione a come difendersi ma a come non offendere l’altro. Siamo cattolici, amiamo gli altri come noi stessi. O almeno ci proviamo. Non lo so se il Papa ha voluto anche invitare gli animi a “lottare” per le cose a cui tengono davvero, a risvegliare una qualche forma di coscienza collettiva cattolica ma non credo nemmeno ci sarebbe qualcosa di male in questo: è dai tempi del Liceo, e parliamo quindi di un ventennio fa, che ho la netta sensazione che il cattolico viva rintanato, pudico della propria condizione religiosa. Io non sogno un mondo unico, globalizzato ed ateo. Io sogno un mondo interculturale e multireligioso. Io sono credente. Sono cattolica. Per qualcuno non sarà un vanto ma per me è una gioia esserlo.

Quanti libri e quante risate vi aspettano ai LabLet?

 

Lupi, mostri, specchi e fate,

due bei libri, cento risate;

un po’ coloro, un po’ ritaglio,

come faccio mai mi sbaglio!

E fra le righe di ogni storia

scovo paura, rabbia e gioia!

Ma ve lo devo proprio ricordare?

Allora eccovi una bella locandina, come promemoria!

LocandinaLabLet

 

 

Vi aspetto!

 

Presentazione dei LABLET

Se avete un Tablet, lasciatelo pure a casa sotto carica e venite in libreria a ricaricarvi con un LabLet!

Vi ricordo l’appuntamento:

LabLetEvento

Parole, immagini, scambi e confronti per co-costruire un percorso di approccio alla lettura che sia di promozione del benessere psicologico di grandi e piccoli.

Libreria Mondadori di Via Piave a Roma, in collaborazione con l’Associazione Culturale La Ragnatela 2014.

EPPUR, LIBRIAMOCI!

Mentre buona parte del mondo si prepara a immergersi nelle atmosfere lugubri ma divertenti di Halloween, noi scegliamo di “librarci” nel cielo dell’immaginario, fluttuando tra nuvole di idee e soffi di ventose fantasie.

L’attività di lettura a voce altaL come Libro… L come Lupo”, già inserita nel progetto di alfabetizzazione emotiva e promozione della lettura, patrocinato dal Municipio II di Roma per le scuole dell’infanzia del territorio nell’A.S. 2014/15 in collaborazione con l’Associazione Culturale La Ragnatela 2014, sarà condotta in alcune scuole romane nell’ambito dell’iniziativa del MiBACT e del MIUR

Libriamoci

LogoLibriamoci (3)L’idea sembra bellissima: istituire delle giornate di lettura a voce alta in classe, per avvicinare i piccoli ed i giovani alla lettura, sospendendone il legame con la “mera” attività scolastica e la conseguente valutazione, e recuperando o seminando il germe del piacere per la lettura stessa, testimoniato dall’invito a soggetti terzi (scrittori, editori, amministratori, operatori culturali, ecc.) che si fanno portavoce di questa risorsa culturale. Apprezzabile inoltre il lavoro congiunto tra i due ministeri, che troppo spesso viaggiano slegati, quando dello stesso reale patrimonio nazionale si occupano: i più o meno cuccioli d’uomo ed il loro rapporto con la cultura, in tutti i suoi aspetti.

Tuttavia saltano fuori diversi ma.

Non poche perplessità, e non solo in me (invito a leggere un preciso, sintetico e inappuntabile altro pensiero qui), ha destato la comunicazione, i primi di ottobre, di tale iniziativa congiunta da parte dei due ministeri. E le perplessità non sono decadute nelle settimane a seguire. Ma perché? Perché un italiano se non si lamenta di ciò che viene offerto sente di mancare al proprio dovere di mostrare senso critico? La faccenda è un po’ più articolata.

Partiamo dal brevissimo preavviso dato: il primo ottobre viene ufficialmente comunicato l’avvio di questa iniziativa che vede però il suo reale farsi alla fine dello stesso mese. Inevitabile chiedersi come tutte le scuole italiane, di ogni ordine e grado (recita il comunicato), e qualunque altro soggetto culturale, dovrebbero realmente pianificare per bene un’iniziativa, con un coinvolgimento di terzi, in un così breve lasso di tempo. Periodo temporale inoltre peculiare, poiché rappresenta anche comunque ancora l’inizio di un nuovo anno scolastico, con tutte le implicazioni e difficoltà che ciò comporta.

Ma a ciò si aggiunge una questione comunicativa: molti soggetti scolastici, da me contattati nella prima metà di ottobre, non avevano ancora avuto alcuna notizia dell’iniziativa o non ritenevano, come nel caso delle scuole dell’infanzia, che li potesse riguardare. In effetti, nel testo del proclama di Libriamoci si legge che esso “punta a coinvolgere tutte le scuole elementari, medie e superiori del territorio italiano” ma se poi si procede a compilare la scheda per l’inserimento dell’iniziativa, allora il menu a tendina offre la possibilità anche alle scuole dell’infanzia di farsi coinvolgere. E nell’ottica di cominciare presto a promuovere la lettura non si capirebbe d’altra parte un’esclusione dei bambini che, non sapranno ancora leggere, ma che per l’appunto da una lettura a voce alta possono trarre una robusta risorsa per la loro crescita culturale, sociale e relazionale.

Ma l’attenzione (poca!) ai più piccoli è in qualche modo attestata anche da altro: al momento in cui si scrive, su 40 testi consigliati, anche da autorevoli nomi, sul sito ove inserire l’iniziativa, non ne risultano di particolarmente adatti ad un orecchio che abbia per l’appunto tra i 3 ed i 6 anni. Non raggiungono la decina e un po’ di Rodari ed una manciata di Dahl pare sia il massimo reperibile… rimane da chiederci dove sia tutta la splendida letteratura per bambini e ragazzi, italiana ed estera, che potrebbe benissimo bussare alle mura scolastiche, entrare nelle orecchie dei piccoli ascoltatori e adagiarsi nei loro giovani cuori. E lì restare per sempre.

C’è poi la questione più prettamente organizzativa; i Ministeri indicono la giornata, autorevoli partner la promuovono ma il loro reale svolgersi è lasciato alle circostanziate possibilità di alcuni soggetti: professori curiosi, maestre attente, dirigenti impegnati, o altri professionisti disponibili. Comunque un alone di volontariato copre un’iniziativa che invece poteva avere l’ambizione di dirsi e farsi sistemica, come anche egregiamente segnalato dalla lettera dell’ICWA al Ministro Franceschini. Ma quest’ultima perplessità rimanda ad una più generale modalità di vivere la gestione dell’impresa culturale in Italia, depauperandola della propria dimensione professionale e relegando il suo contributo alla vita dei cittadini, piccoli o grandi che siano, a marginale ed accessorio.

Eppur siam qua. E ci “libreremo”.

Perché non ci spaventiamo dell’estemporaneità dell’iniziativa, avendo un ampio bagaglio di attività di promozione della lettura da riformulare e modulare ai fini specifici.

Perché crediamo che l’offerta culturale di un paese non possa DEBBA iniziare dalla più tenera età.

Perché crediamo che leggere sia un processo assai più complesso che il decodificare dei grafemi in fonemi, con la conseguente fusione degli stessi; che sia un atto comunicativo e narrativo ancor più che cognitivo; e che lo si possa fare con gli occhi, con le orecchie, con le mani…

Perché vogliamo credere in queste giornate come un momento di festa della lettura, preludio di un espandersi di un fare impresa culturale che riconosca a tutti i professionismi il loro peculiare coinvolgimento.

Perché noi ci “libriamo” già, ma con gioia condividiamo questo volo.

EstrattoLibriamoci

 

Per dettagli sull’iniziativa:

www.ilmaggiodeilibri.it

www.cepell.it

www.istruzione.it

www.beniculturali.it

 

 

 

LARGO AI LABLET!!!

Nell’era dei Tablet noi ci conserviamo un po’ di tempo e spazio per i LabLet!!!

LabLet

Cosa sono? Semplicemente dei Laboratori di Lettura, in cui i bambini potranno scoprire o ritrovare il vecchio e sempre nuovo piacere di leggere, ritrovandosi in gioiosa compagnia di amici in carta e inchiostro e in carne e ossa!

Attraverso la lettura comparata di libri per bambini e le attività pratiche connesse a tali letture, si cercherà di presentare il libro come strumento introspettivo, di conoscenza e comprensione della propria ed altrui sfera emotiva e offrire ai bambini strategie efficaci di reazione nei conflitti e strumenti pratici di socializzazioni positive. E il tutto sempre leggendo, giocando, mangiando e facendo altre cose serie serie come queste!

Per tutto l’anno scolastico, in collaborazione con l’Associazione Culturale La Ragnatela 2014, vi aspetto alla Libreria Mondadori di Via Piave di Roma: gli incontri sono tutti indipendenti, organizzati in moduli da sei appuntamenti, per garantire varietà ma anche continuità a tutti i partecipanti.

PRIMO INCONTRO DI PRESENTAZIONE

gratuito e aperto ai genitori

martedì 28 OTTOBRE 2014 alle ore 17:00

Per un’oretta, parleremo dei LabLet, di cosa sono e di come sono organizzati, leggeremo storie e cominceremo a conoscerci. E siccome i libri sono come le ciliegie, uno tira l’altro, l’appuntamento sarà fisso poi ogni martedì a seguire, con le seguenti caratteristiche:
DESTINATARI: bambini dai 5 ai 7 anni circa.
DURATA: dalle 16:45 alle 18:30, con pausa merenda offerta dall’associazione.
COSTO: il pacchetto-modulo da 6 ingressi = 60 €; ingresso singolo = 12 € (Sconti per fratelli e sorelle e sull’acquisto di libri indicati in piccole bibliografie ragionate post-incontro).